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Pizza per gli amici del Coke in ricordo del Coke

Giovedì 28 Giugno alle ore 19:00 c’è la messa in ricordo di Francesco, a due anni dalla scomparsa. Come l’anno scorso, ci ritroviamo in chiesa a Dueville e poi partiamo anche a piedi, volendo, fino alla Pizzeria “Al Baffo” che tanto dalla chiesa son 200 metri, per stare insieme, ricordare Coke, svinnarci per bene e guardare la semifinale degli Europei Italia-Germania. Ovvio che non possiamo mancare, ovvio che poi è bello ritrovarci insieme e parlare di tutte quelle cose che non parli mai.

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Una rinfrescata, che non guasta

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Live in Glasgow

Non ci devo mica aggiungere nient’altro, mi pare. Buone [tele]visioni a tutti

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Carnival Dueville in 1988

Qui credo sia il 1988. Coke è vestito da militare. Sopra di lui Oppi vestito da pagliaccio. A fianco di Coke c’è Davide Rosso in versione hawaiana, Igor che fa il frate, Spenki un Hippy spacciatore di acidi e ditro di lui Valle vestito da Muratore. Poi la Mary vestita da gatta, Manzzato che manco lui sapeva da cosa era travestito, Vanni che faceva ovviamente il gatto, Riccardo che boh!!! si sarà fatto prestare i vestiti da suo papà e Mose clown di qualche circo sparso per il mondo. Accosciati da sinistra Zanardo che uno se prova anche a pensarci non capisce mica che cazzo di maschera indossa, Berna da Vampiro in Blue jeans, la Nico da Diva (concedimelo Nico) e Tonno da coniglietta. Eravamo al Bar “Made in Italy” da Pino (l’attuale Birreria alle Poste) e chissà a quale festa saremmo andati incontro.

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Lettera notturna, Zzonk e altre storie

Chissà se mi avresti detto “bella Spenki”, adesso che io e Lele abbiam messo in piedi sta storia, ma penso che non sarebbe accaduto nulla se il vento non ti avesse portato via con se e un poco, devo anche qualcosa a te. Molto, direi. Che quando ci troveremo al roxy bar, lassù nel cielo come dice Vasco, che tutti credono e cercano da anni il roxy bar che non esiste perché il Roxy Bar di Vasco è il cielo, la vita dopo, allora ti pagherò da bere e da mangiare, sempre che ci lascino andare in un ristorante, se mai ce ne fossero. Anche perché io il Paradiso me lo immagino con le infermiere che stanno attente a tutto ciò che fai, tipo suo fratello di Brunetto Torresan che non so se ti ricordi che se lo partavano via i parenti dalla casa di riposo con la scusa di fargli fare un giretto sulla quella vecchia sedia a rotelle,  per concerdergli dei buoni bicchieri di vino bianco sfuso al bar Sport fino a che Bar Sport è stato. E comunque sia, alla fine, abbiamo sempre fatto quello che abbiamo voluto. Al roxy Bar, allora.

Foto di Lele

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Il 28 Giugno messa in ricordo di Coke e poi pizza Amici del Coke

Martedì 28 giugno alle ore 19 che poi sarebbero le 7 della sera ci sarà una messa in ricordo di Francesco Coke Farina, a un anno dalla sua scomparsa. Cazzo, è già passato un anno o 12 mesi o 52 settimane o 365 giorni o 8760 ore  e avanti così all’infinito. Pazzesco, è trascorso tutto sto tempo e ci sono momenti che Coke mi pare di ritrovarmelo sotto casa o da Giannetto a bere un caffé o fuori dalla Biblioteca o in giro che lui era sempre in giro. Comunque sia, martedì dopo la messa Igor ha pensato bene che noi amici, ci si ritrova a mangiare una pizza insieme. Giusto per stare in compagnia, guardarci negli occhi, brindare alla salute di tutti. Al ricordo di Coke. E poi io la butto lì. Mi piacerebbe finire la serata a cantare Guccini o Vasco o quello che vuoi. Sotto una luce fioca di uno splendido fuoco nella torretta del Guado all’Astico.

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Give me a whiskey in the night fantastic

Guardando tra le vecchie foto ho trovato questa, non ho saputo aspettare a mandartela; spero ti faccia piacere…” [Lele, 08.06.’11 ore 23:41]

Nella foto si riconoscono Igor, Momi, Coke e Bebo. [Clicca sulla foto per ingrandire]

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Il Gorgo di Beppe Fenoglio e le stelle che a contarle tutte saremmo ancora qua

Mi ricordo che questo racconto di Beppe Fenoglio, l’abbiamo letto un bel po’ di volte con Coke e l’ultima che eravamo a guardare il cielo in un agriturismo sui colli Berici che si stava facendo il tour delle ville Venete, un paio di giorni giusto per festeggiare il mio compleanno, c’erano tante stelle che a contarle sarebbe stato un problema bellissimo.

Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo. In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente: chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza. Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo più grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella. Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo più posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le più grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani. Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: – Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia. Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il primo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me. Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentì, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi più sotto, mi ripetè di tornarmene su, ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli più grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa. Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentì al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbattè tre passi su. Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero più sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lì intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: – Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa, – ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca. Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte, tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina. Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.

Beppe Fenoglio, “Il gorgo”.

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Con la moto Laverda

Io mi ricordo che con questa moto, non quella della foto, perché se avessi la foto di quella vera – quella di Davide dico – allora io qui ci avrei messo dentro la foto di quel Lavarda là. Beh, mi ricordo che contavi addirittura il tempo per andare ad Isola Vicentina dal Genio e tutta quella gente e che il record era di sei minuti e mezzo. E poi mi ricordo che un giorno che siamo andati ad Alleghe, sempre quella moto là si è rotta e allora, che allora non si aveva soldi da fermarsi a dormire, abbiamo chiesto ad uno che aveva un albergo di poterci ospitare nel garage perché avevamo la moto rotta e ad Alleghe non c’erano meccanici che aggiustavano Laverda 125 custum. Pazzesco, abbiamo mangiato mele e fregato tanto di quel vino dentro a quel garage, che ad un certo punto che saran state le undici abbiamo preso su una barca a remi e attraversato il lago cantando Guccini. Il giorno dopo siamo tornati verso Belluno con la moto in folle, perché in direzione Belluno – da Alleghe – la strada è tutta una discesa.

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Cena

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