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Il compleanno generalmente è una stronzata, però è bello. Già dalla mattina presto ti fanno gli auguri e tu un poco ti senti al centro di tutto, anche solo per qualche ora, magari, però dai, ti fa piacere. Poi c’è sempre qualche amico che ti manda un messaggino che così si è tolto il problema di dosso e allora tu continui a sentirti “bello”. Al centro. Anche se c’hai un anno in più, che adesso ancora non li senti gli anni, però un poco alla volta a sommarli tutti prima o poi gli auguri cominceranno a starti sul cazzo. Adesso no, non ancora. Anche perché qualcuno ti organizza comunque la festa e allora puoi ubriacarti eccheccazzo almeno quello, almeno concedersi a qualche bicchiere buono di prosecco, o di birra o di quello che vuoi. E allora ti senti bello e figo e parli e godi e scorri gli anni con quel sorriso sgembo che tanto non te ne frega niente, quando hai bevuto dico. Bisognerebbe fare gli anni tutti i giorni, ma senza aumentare il numero delle pallottole vomitate dalla canna di questo fucile. A me gli anni piace ancora un casino “contarli”. E vi sono giorni che mi dico “cazzo, ne ho ancora un mucchio davanti“. E insieme un macello di idee da realizzare. E da vivere. Guai da strappare alla vita. E fottere.

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Scappa dal sole

Questo video l’abbiamo fatto io e il Coke qualcosa come quattro anni fa mi pare, che stavamo andando in uno dei vari centri commerciali del Vicentino in una bellissima giornata di sole. Era domenica e ad un certo punto c’era venuta la voglia di farci la carne ai ferri e allora abbiamo pensato bene di portarci dietro anche la mia vecchia videocamera tanto eravamo sicuri di trovarci un sacco di gente dentro a quel centro commerciale e c’era balenata in testa l’idea di riprendere ste persone impaurite che fuggivano alla vita trovando rifugio dentro ad una gabbia-cubo di cemento armato dotata di aria condizionata e luci fredde al neon. E’ nato così “Scappa dal sole”. Il Coke lo si intravede in un paio di scene e per pochissimi istanti. Buona visione.

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Il Gorgo di Beppe Fenoglio e le stelle che a contarle tutte saremmo ancora qua

Mi ricordo che questo racconto di Beppe Fenoglio, l’abbiamo letto un bel po’ di volte con Coke e l’ultima che eravamo a guardare il cielo in un agriturismo sui colli Berici che si stava facendo il tour delle ville Venete, un paio di giorni giusto per festeggiare il mio compleanno, c’erano tante stelle che a contarle sarebbe stato un problema bellissimo.

Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo. In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente: chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza. Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo più grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella. Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo più posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le più grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani. Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: – Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia. Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il primo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me. Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentì, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi più sotto, mi ripetè di tornarmene su, ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli più grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa. Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentì al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbattè tre passi su. Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero più sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lì intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: – Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa, – ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca. Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte, tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina. Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.

Beppe Fenoglio, “Il gorgo”.

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Mio papà è scemo, il nuovo dissacrante libro di p.s.v.

“Mio papà è scemo” è il titolo del nuovo libro di p.s.v. in vendita su FuoriRegistro Edizioni e in tutte le librerie on line dal 16 maggio ’11. Una bella robetta, scritta di stomaco, alla p.s.v., ma con la testa di un bambino o più bambini, o più semplicemente con la testa di p.s.v. Il libro è tascabile, non costa un cazzo, perché se ci pensate, manco una pizza e una birra ti vengono 9 euro tutto compreso, che se poi ci aggiungi un caffè alla tua Margherita, allora non ne parliamo nemmeno. E’ un libro da leggere a tratti, perché a te ti pare che sia una stronzata, ma poi ti senti scemo e idiota e un genitore coglione pure e allora ti dici dentro, ma piano che non senta nessuno che forse, quel libricciuolo, una cazzata alla fine non è.

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Personale di Michela Parise, il video della serata inaugurale

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Adesso aspetto una mostra di Lele Farina

Lunedì scorso è stata inaugurata la mostra di Michela Parise e c’era molta gente ed è stato bello e mi sono pure comprato un suo quadro che ho strappato alla moglie di Mosè e allora ero lì mentre parlava Ramina e mi facevo dei giri con la testa che io non ci avevo mai pensato ad un quadro e a quello che significa il quadro stesso per uno che lo crea e Ramina ha detto delle robe vere. Quelle sensazioni, emozioni, pugni nello stomaco, deliri che uno si tiene dentro e poi sfoga in un opera, beh, questo mi è piaciuto, quello che ha detto Ramina, dicevo. Allora, io ero lì che mi guardavo intorno e poi ho visto la Nico e pensavo anche a lei e allora poi mi sono immaginato che una mostra, una personale, io la vorrei vedere fatta da Lele Farina che poi si chiama Aurelio ed è un fotografo artista o un artista fotografo e che comunque io l’ho sempre chiamato Lele. Qui sopra c’è una sua foto del camino grande della vecchia fornace di Villaverla e allora pensavo, sempre durante la presentazione, che mi piacerebbe vedere il camino della Lanerossi di Dueville tornare a fumare ma non di fumo vero ma un fumo fatto di quadri e opere d’arte e foto da guardare e musica da costruire e da ascoltare e libri da leggere e da scrivere e da farsi raccontare magari tramite i bit di fantastici iPad e poi laboratori e gente di tutti i tipi che crea arte e vive. Ecco, mi piacerebbe rivedere la fabbrica della Lanerossi a Dueville che tu dici che bello sto paese.

Altre foto di Aurelio Farina

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Con la moto Laverda

Io mi ricordo che con questa moto, non quella della foto, perché se avessi la foto di quella vera – quella di Davide dico – allora io qui ci avrei messo dentro la foto di quel Lavarda là. Beh, mi ricordo che contavi addirittura il tempo per andare ad Isola Vicentina dal Genio e tutta quella gente e che il record era di sei minuti e mezzo. E poi mi ricordo che un giorno che siamo andati ad Alleghe, sempre quella moto là si è rotta e allora, che allora non si aveva soldi da fermarsi a dormire, abbiamo chiesto ad uno che aveva un albergo di poterci ospitare nel garage perché avevamo la moto rotta e ad Alleghe non c’erano meccanici che aggiustavano Laverda 125 custum. Pazzesco, abbiamo mangiato mele e fregato tanto di quel vino dentro a quel garage, che ad un certo punto che saran state le undici abbiamo preso su una barca a remi e attraversato il lago cantando Guccini. Il giorno dopo siamo tornati verso Belluno con la moto in folle, perché in direzione Belluno – da Alleghe – la strada è tutta una discesa.

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I quadri di Michela Parise in mostra a Dueville dal 18 aprile

Il 18 Aprile 2011 presso il Centro Culturale “Rinaldo Arnaldi” di via Rossi a Dueville (VI),  si terrà l’inaugurazione della mostra personale dell’artista Vicentina Michela Parise. L’evento è inserito all’interno della sesta edizione del “Via Rossi Jazz Club 2011 – tra musica, arte, spettacolo e slowfood“. L’inaugurazione sarà musicata dal Trio Nigredo, mentre le parole che accompagneranno la musica saranno tratte da “L’opera in nero” di Marguerite Yourcenar lette da Anna Zago.

Personale di Michela Parise – 18 Aprile 2011, ore 20:30 – Centro Culturale “Rinaldo Arnaldi”, via Rossi (di fronte alle scuole medie)

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Cena

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Cena di classe del ’70, novembre 1988

Questa foto l’ho trovata dal buon Papo Farina, che come sempre per un appuntamento m’ha fatto aspettare giorni. Ma oramai lo so, il ragazzo è fatto così. Comunque sia in bella vista c’era sta foto della prima cena di classe del 1970 e noi, sbarbe, avevamo 18 anni. Te lo ricordi coke? No, perché io, manco so dov’eravamo andati a mangiare, tanto per dire. Mio figlio s’è fatto una risata, per come eravamo vestiti. Per me eravamo belli. Anni ’80, come dire!!!

Se qualcuno ha una foto migliore come risoluzione ma la può inviare all’indirizzo di posta precipitandosivola@gmail.com, grazie.

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